Poetry

Citare come fonte:
Paolo Euron, La notte delle Ceneri, in “In verri”, direttore Luciano Anceschi, Bologna, 2-3, 1991.

La notte delle Ceneri

a Luciano Anceschi
I have taken upon me to speak unto the Lord,
wich am but dust and ashes.

C’était tout mon sacre,

Ce fard noyé dans l’eau perfide des glaciers.

I

l’uscita dal teatro

Ricordi la ribalta semibuia
le volte accese dai tuoi tacchi
a notte quando, oltre il margine di grazia
e di paura e senza badare a quale
cielo fosse dovuto il fiato, tu eri chiusa
e di nuovo il mondo chiuso oltre il sipario?

L’aria attorno s’addensava
consenziente in scene, cedeva
come cede il sangue in letteratura
in cipria, nel cinabro
estremo che di te mi resta, dono
sottratto al sacrificio degli specchi.

Com’era facile allora la tua anima,
quieta di fragile, compiuta
negli errori di un’immagine:
te la tradiva di tanto in tanto
un gesto, un passo, uno svolazzo
colto per sbaglio al lazo d’uno specchio.

Componevi nei tuoi occhi i luoghi,
i temporali rovinati in scena
all’urto delle lastre, mentre nel vetro
del bicchiere si scioglieva
eterna, fragile di acqua,
la rosa premuta sulle labbra.

Ed i tuoi sguardi tutti
rovesciati dentro mi mostravano
i palchi attraversati, come se il niente
fuori ti chiedesse dentro i paesaggi
di zoo introflessi e ribaltati
che chiudi fra le ciglia.

Spendevi attorno qualcosa dell’immagine
perduta dal sipario, non finta
non abbastanza vera e promessa
a una scena senza orli, ed io cercavo quell’errore
che ti guadagnasse a me dalla lontananza
nella lima, nella maglia spezzata d’una calza.

Scendemmo alle luci affaticate
della strada, corremmo ai portici
e ti meravigliasti in un groviglio
di voce e fiato della precisione
con cui la pioggia s’affrettava ad affollare
il cielo infranto delle pozze.

II

teatro

Vivevi nella leggerezza d’altri
la loro sete di disastri, davi
al vento degli sguardi un pegno
dei loro fati intatti e frantumavi poi
in volti ogni gesto, ogni passo
provato nel soffio vuoto del teatro.

S’arresero più volte in sangue laborioso
i luoghi e i volti prima
d’essere negli occhi, e ogni errore
nell’irredenzione delle vene, era segnato
nelle costellazioni, la tua tosse, l’orizzonte
incerto nell’amnio acido dei colori.

Entravano nel sangue così
come una voce entra
nel tuo sonno, priva di forze
fra le forze nel cui fuoco dormi,
in quel fuori senza vie d’accesso
e privo d’orli che per altri è morte,

come i dipinti che son quasi squarci
nella tela sulle macchine del palco,
sguardi che raccolgon gesti che in attesa
della danza spendono quell’abbozzo
della redenzione per stringersi
il costume addosso o allacciar la scarpa.

Anche tu sei più di una volta morta
in un dipinto, un quadro
ti lesse il volto. Solo che al tuo passo
incalza l’altro troppo breve
per esser morte e spende in sincerità
struggente ogni traccia della tua finzione.

Quando in quel bicchiere scorsi
le rose offerte e il temporale sciolti
assieme e più profondamente che nel cielo,
mentre ogni tuo gesto concludeva in elaborata
lontananza, di pesce fuso nell’acquario
e prigioniero del suo vento fradicio,

io osservavo l’ingegnoso sforzo
del sangue, non più o non ancora
tuo, nel decifrare la tua sorte
in manciate di costellazioni apocrife,
in cui quanto elargì il caso si compone
in tratti del tuo volto, sillabe del tuo nome.

III

dopo lo spettacolo

Ancora ti piegavi a me, assolta
da ogni redenzione, varcavi
il margine dei gesti
misurati sul copione che accordava
ad ogni errore scritto nei tuoi passi
i fasti della morte,

e t’avrei detta ancora al limite
d’un palco, sciolta
dalla prolissità interiore, quasi
che dita quattrocentesche avessero
pitturato un volto tra luci e specchio
e tu ne fossi imitazione,

e ti vedevo star di fronte
all’argento affollato di vetrine
in cui la vita si compone
e compie minuziosa ogni centimetro,
ogni caso in un vetro intorbidito
cui non sta nessuno innanzi.

Solo così ti posso ricordare
tra le cose, qui che realtà
è dove cede una maglia di finzione;
e mi sapevi, protesa
da quell’orlo di vita intatta,
d’una morte tra due battiti di cuore.

Discesi ai portici, mentre cercavi
nel ritmo dei tuoi tacchi il pretesto
a filastrocche, e poi al tavolo
confinato nella cavità buia
delle gocce, ripetevo il nome tuo,
nello sfaldarsi totale della pioggia

raccoglievo ogni tuo gesto
come si annota la parola
la cui rima spende un suono desueto,
e ti attendevo alla soglia
di quell’immagine, gli occhi persi
nella fragilità di pioggia.

Non avrei chiesto che tu fossi altra:
per me sarebbe stato perderti, per gli altri
saresti stata me. Per me restassero
i cavi vibranti dei telefoni, il fiato degli insetti solo,
restassero gli uccelli e la vertigine
che a margine del vento ne modella il volo.

IV

notte

Ma tu non respiravi solo il vento
cavo dei teatri: t’accostavano
ben altri spazi a me che serbano
ancora la tua forma, gesti che il tuo sangue
ricomponeva e, di notte,
premeva dentro e cercava d’imitare

quasi fingessi ancora in quell’inerzia
d’attendere alla soglia dove diradasti
i passi del respiro, inabitabile
ma che vivevi già da sempre, ai margini
del mondo che cedeva, maturo
d’un diverso sonno, sotto le tue mani.

Giungevi al di qua dell’ombra
quasi con un inchino
e mi pareva che la mano ancora
avvolta nell’impreciso
dormiveglia, cercasse in quella soglia
il varco d’un sipario.

Varcavi i margini precisi
di scenari alzati al di qua
del sonno, nei suoni indecisi, negli angoli ombreggiati
della camera, nei bisbigli dal tendaggio
oltre il quale sarebbe questa vita
il sogno, con le sue strade al giorno

fuso al neon dove riprende
il miracolo dei passi
e della lucidità perfetta, dell’inerzia
e del dolore, quando dai negozi
scrosciano in alto le serrande
e aprono ferite di ribalte di teatri.

Era il tuo volto giorno e notte
in scena, la parte senza più scrittura
in cui pestavi il segno
alterno sulla sponda dentro e fuori
al sonno, da cui ti protendevi,
nell’alba incerta del lenzuolo,

a decifrare non so quale intento
delle cose, mentre che non eri
nulla d’altro, nulla in più di loro.
Parevi, dal palco, china sulla vita d’altri
se fissavi, al bordo della stanza e già in notte,
le conchiglie svuotate dei tuoi abiti.

Assolta dalla prolissità dell’anima
avresti colto il senso delle cose, a un passo
dalla redenzione, con l’elaborata
rassegnazione degli specchi,
nel sogno dove non incontri sponde
da cui ti accorgi di sognare.

Allora avrei ritratto il corpo semi-
avvolto in vesti e buio nella scena: sogno,
io spettatore al di qua del sonno e tu
compromessa nel giorno pieno,
dormiente fin nel lampo del magnesio.
Ma sai che la foto degli specchi non riflette.

China sul tuo fiato, le mani
strette sulla veste, sui margini
del corpo che promette
la vastità interiore di finestre
incustodite, con l’abbandono
che sentiamo prossimo negli oggetti,

tu mi riapparivi là, a margine
delle cose, in quella soglia
di spazio rovinato in pioggia,
nella cavità dei portici verso la piazza
che la vegetazione dei lampioni
fondeva con la luce,

mentre dicevo ancora di fontane
che, dall’apice cui cedono,
si schiantano nel riflesso
e rompono in qualche suono indistinto
e umano, dalla profondità
fragile d’un velo,

ti dicevo d’alberi che la brina
accende nei prospetti di volti incerti
sui negativi, di venti intrisi
di ozono o neve, ma che diresti
cenere quando cadono, gonfi di vuoto
al di qua del cielo.

Ma eri nel di là illeso da confini
di vita altrui o tua, nella profondità
esteriore di palchi non vissuti,
china sui solchi, come Ruth
e sotto cieli sconosciuti. Dormivi accanto
ma ti cercavo ai piedi, nel sonno dell’ancella.

V

possibili incontri

Ora non so per quale pioggia
navighi il tuo fiato…
se nel celeste abbandono delle volte
accese di vento smerigliato
o nel tagliente volo, incendiato
nel vapore delle lampade.

Come faranno a rincontrarsi
ancora le nostre vite? Su quale palco
ti vedrò salire nel vento acido
d’immagini in cui
tu, nuovamente in grembo,
tenterai parole e passi, tu nell’amnio

fluorescente, nell’etra
senza uccelli che ti perde?
Chissà quanti film in contemporanea
affolleranno l’etere, e io senza saperlo
vivrò di vite già vissute,
morrò d’amore solo respirando

e sprofondando subito nel Lete
delle onde popolate
di quei film che terminano
così come termina un dolore.
Ora sorveglio ancora le vetrine
e le pozzanghere che tentano

incustodite la tua immagine.
Di tanto ora mi resta solo
quel cinabro che sottrassi
alla memoria dei tuoi specchi,
ma dall’argento tentano
di cancellarlo i volti, le circostanze, i venti.

Tu sei quanto scelsi d’essere
e non sono, o quanto a tratti, se varco
un margine abbozzato dalle vene, sono
e da infedele con me stesso.
L’anima e il corpo muovono
in meccanismi estranei d’orologi,

non soffrono d’alterne simpatie.
Tu ne mettesti le lancette avanti
per essere in anticipo sul tempo,
ma ruotano le mie all’avventura
e chissà in quale ora ti saprò
incontrare, saprò spendere in un corpo

quella vita che spendesti
senza un’anima ad attenderti
al varco di ogni gesto,
con l’abbandono inerte
e già illustrato altrove
che incontri in qualche oggetto.

VI

congedo

Adesso tutto è come allora, nel lucido
precipizio della pioggia a margine
dei portici, mentre eleggevi
il ritmo del rovesci
a pretesto per parlare, per animare
oggetti alla ribalta

di quel tavolo, l’onice sull’orlo
del bicchiere, la rosa, la polvere,
il rossetto. Pesava quella cipria,
straniera e spesa arena di clessidra
in polvere su unghie
e su quel vetro cavo,

la beveva nuovamente il vuoto
Il cui lento espandersi
aveva misurato in tanta cenere
ribaltata nel tuo specchietto esausto.
Mi raccontavi allora di qualcuno
che moriva e che pensava di essere

per sé, che quella brace
di vita lo sciogliesse dagli sguardi;
ma la sua morte
era di già spettacolo
ed ogni gesto si perdeva in gesti
d’altri ai margini del palco.

lo non mi volto al palco
che il tuo passo svuota,
alle impronte che il tuo fiato
lascia di denti e di veleno, al cavo
che la notte colma d’interminabile
lavoro nell’orologio lento della pioggia,

al morso di serpente dei colombi,
all’espandersi di questi vuoti dietro
i gesti e le clessidre e i volti.
E tu muori così, assolta da ogni presunzione
un poco per menzogna
un po’ per convenzione.

 

 

 

Citare come pubblicazione:

Paolo Euron, Diario in seconda persona, introduzione di Giorgio Barberi-Squarotti, Lighea, Torino 1997.

 

Paolo Euron

Diario

in seconda persona

Introduzione di Giorgio Bàrberi-Squarotti

 

Nota

I testi di questo libro furono composti all’incirca tra il 1986 e il 1996. Apparvero su varie riviste e pubblicazioni. In particolare il poemetto La notte delle Ceneri fu pubblicato nel 1991 su Il Verri, parte delle poesie della terza parte dell’ultima sezione sempre su Il Verri nel 1995, il resto disperso in troppo numerose riviste e opere antologiche. Le singole raccolte furono di volta in volta pubblicate in volumetti in edizione privata, Il sonno che ti ha vissuta nel 1988, La notte delle Ceneri nel 1989, Diario in seconda persona nel 1992, contenente gran parte dei testi qui presenti. Questi volumetti, più che le poesie apparse singolarmente, scandiscono le tappe di una ricerca poetica decennale. Ho quindi voluto conservare tale scansione, scartando soltanto pochi testi che mi parevano superflui ma conservando rigorosamente il disegno d’insieme che si sviluppa in modo integrale in questo libro definitivo. Definitivo perché altre poesie attendono, altre premono, ma sono una questione a parte, e con il Sonno, la Notte e il Diario ormai il discorso è chiuso.

Mi piace ricordare qui Luciano Anceschi che mi ha tanto appoggiato e motivato nel mio lavoro, e Giorgio Bàrberi-Squarotti, che ha seguito fin dal principio la mia produzione, leggendo i testi qui raccolti e tanti altri nel frattempo dimenticati, senza il quale queste poesie sarebbero diverse o forse non sarebbero affatto, e cui questo libro è dedicato.

Paolo Euron

Stoccarda, febbraio 1997

 

Il sonno che ti ha vissuta

 

Mi sembri, mentre dormi, ai fiori eletti
dal caso ad ancorare il vento in fondo
ai fossi e chiudere in un riflesso fioco
gli acquari della pioggia e degli uccelli,

a cogliere la sorte che coglievi
se alzavi gli occhi sotto ai temporali,
a incontri in acqua senza porte, a venti
orfani del cielo, quasi

più che riflesso e polvere
posassero in quel fondo,
dove i petali gettano nel vento le ancore
dei fiori e a chi discese nel sonno

della morte ondeggia l’asfodelo
al soffio di quel vento solo.

 

les cendres des astres

Pari così leggera quando dormi
che ti direi discesa a questa stanza
che tu attraversi con i passi accorti
del tuo respiro ora da un’altra

sorte, in un rovescio buio. Ora
il tuo profumo è d’altra rugiada
e la tua cipria d’un altro gelo ancora
da quello che accieca la vetrata?

Tu dormi, fragile d’ogni sonno
affollato dal fiato della pioggia…
E poi ti immagino, a mezzo alzata,

ad affondar le mani in questo mondo
opaco che ti ignora, e alla trarna d’acqua
ai vetri la tua domanda: “piove ancora?”.

 

Cadi nel sonno come pioggia agli occhi
di me che veglio, angelo improvviso
come il rogo d’un roveto. Poi
quanto ti incontrò, senza vestigio

sarà con la tua cipria solo.
Cenere freddo, quasi un residuo
d’altra vita, parrà scaldarti il viso
nella terra insidiata del tuo sonno.

Sarà la traccia della tua vicenda,
il segno di una fede d’essere
altra ad ogni fiato; in un poema

che non ricordo un tempo mi leggevi
di questa terra sotto i nostri piedi:
“di piogge opache non è poi che cenere…”.

 

Tu sei appena ospite del giorno
tanto su di te pesa il fato
disciolto nel tuo sangue, che di rado
scorgi, immenso, nelle reti del tuo sonno,

e ascolto nel tuo fiato accanto a me
le voci che ti salvano,
quelle parole mozze che parlavano
mischiate all’aria che respiri, che

ti dicono qualcosa
di già perduto, di vezzi non più
concessi alla tua parola,

non più, come al tuo corpo
quel lieve abito che aggiusti sul
tuo petto, quasi alla soglia d’un incontro.

 

E pensi dormo nel fruscìo di vesti
e notte come, tra i refe della voce,
pensavi ai giorni chiusi in lucenti piogge,
sola, appena ospite dei venti…

(allora apparivi tra i riflessi
in cui ti accoglievan le vetrine,
come vesti, ad abitar le vite
accanto, affondata negli specchi…

Quasi vicenda di luce e gelo
così mi dormi a fianco…). Appena
si rompe nel tuo fiato il compromesso

tra il tuo volto e il vuoto che è il sonno.
Sarai nella necessità mal spesa
della luna lieve ospite del giorno.

 

Ricordi i nostri passi tra vetrine,
i cieli d’impartecipi stagioni
e le sorti incrociate in esse, vite
in cui tu ti specchiavi in certi giorni?…

Com’eri vera allora nell’immagine,
più del reale che viveva attorno:
portavi la tua figura fragile
nel vetro come per l’aria un volo.

Ora il cielo pare una membrana
tesa, talvolta scoppia e si riduce
in lucente pioggia. L’aria sfatta

parra dare su un altro luogo. Ancora
calpesterai la soglia, due
vite vivranno in una sola.

 

davanti allo specchio, il mattino

 

Ti colsi in quella posa
già un tempo sulla carta di città
straniere, o su quelle
elette nel tuo sonno, più consuete.

Il mondo pare rassegnato
nel suo riflesso, comprendi ora
la pace delle icone e di quei vetri
che ti fan vivere di luce come

farebbe un sogno. E preghi che si spezzi
il pettine, attendi dal rossetto
il vago segno d’esser guadagnata
all’altra parte dello specchio.

 

“Negligente amata che non carezzi mai,
che non appoggi
la tua bocca frigida alla mia,
amata inaccessibile
di fronte a me, accesa nei capelli
assenti…
quante volte attesi
la chiave volgere nella tua torre
luminosa, quante
accolse il vetro la mia immagine,
quasi acqua capace di lavarmi
e nascermi nel suo gelo, altra
nella presenza rarefatta
dove anche la felicità non era
un peso.
Ma tu taci amata, arido
custode il vetro.
Ma se ti so, ti ascolto,
è che già incrociai i tuoi passi
e da sempre i tratti
tuoi disciolti in ogni altro volto…”.

 

Io so che se ti volti
spesso è solo che ti senti estranea
a vetro e argento, come
in un sogno facile a un poeta, non per
la luce soffice del tuo specchio.

Fatichi tra le cose custodite
nel riflesso, e dopo un lungo sonno
la cipria è cenere, una rovina
il vento. Vivi
da straniera quella geometria:

così ti volti al mondo
inaccessibile come un dipinto.

 

Anche tu amavi i vetri che improvvisi
si fanno specchi, rubano
nell’aria timida di luce
poca vita, come facevano
(ricordi?) quei teatri
torbidi in periferia.

Anche qui proseguono vicende
che un giorno solo non ha compiuto;
ora ti aggiri per la stanza,
versi l’acqua ai fiori, tuffi
le dita in quel chiarore
di due mondi e d’una vita sola.

 

Se scorgi la tua immagine riflessa,
lo sai, è la tua sorte quella,
sganciata dalle stelle: altri
affollano le immagini inaccesse

da te abitate in sogno o nei tuoi specchi
Luoghi a te cari, consueti
alle tue vicende: quei crocicchi
di ricordi e di stagioni, gli eventi

che ti parevano invivibili
di splendore, quasi dipinti
le cui stelle accende
un altro fato, intatto.

 

Così ti scorgo e appari, accanto
alla secca arcata dello specchio,
straniera a questa sorte, quasi gelo
quasi dipinta tu, quasi di marmo.

Forse per quest’indifferenza
eleggo te, fra le cose indifferenti, unica
vestale. Tu che sai la puntuale metrica
dei temporali, il sonno dell’insetto

che porti in te, come un amuleto
un’altra contro il sonno delle cose.
Solo, per me, potrai accudire un fuoco
nella casa scavata dall’incendio,

io sul libro ma tu con 1a fronte
alla finestra, portico del vento.

 

Attendi sempre il segno che ti salvi,
quello che ti santifichi, vicenda
della luce, al mondo: nell’attesa
tradita d’un rintocco ancora, in scarti

anticipati nel volo delle rondini…
E ami questi limiti, il solido
persistere d’un meccanismo attorto
d’orologio, d’un volo sotto i portici

che ti ricordi e che ti condivida.
Così quando tu dormi e sei del mondo
t’alzi improvvisa, quasi che il sonno
potesse intanto perderti alla vita.

 

Avrei voluto essere essenziale
al tuo risveglio, un giorno,
dopo una veglia spesa nel tentare
il verso in presagio di perdono;

ma ora dormi. Mi avrai accanto
ancora in questa vita che
ti apparve -inaccessibile-
in qualche sogno.

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